Archivio degli autori Dario Di Bella

DiDario Di Bella

Lo stadio firmato da Zaha Hadid che ospiterà i prossimi Mondiali di calcio

È stato già inaugurato in Qatar uno degli stadi più rappresentativi dei prossimi Mondiali di calcio FIFA che si svolgeranno nel 2022. Il progetto per l’Al Janoub Stadium è iniziato nel 2013 ad opera dello studio Zaha Hadid Architects. Noto anche come Al Wakrah, dal nome della cittadina che lo ospita, lo stadio, dista soli 15Km dalla capitale Doha, ed è in grado di ospitare fino a 40.000 spettatori. Tuttavia, il progetto prevede che, al termine dei Mondiali, la capienza verrà dimezzata, permettendo a parte della struttura di essere quindi smontata e rimontata in un nuovo sito che necessiti di tali attrezzature.

Anche se la prossima Coppa del Mondo verrà disputata tra i mesi di novembre e dicembre, lo stadio è comunque in grado di poter ospitare eventi sportivi anche nei caldi mesi estivi. Infatti, grazie alla particolare struttura del tetto richiudibile, e ad un sistema di condizionamento dell’aria che sfrutta l’accumulo di energia solare, è possibile garantire il giusto comfort sia ai giocatori che agli spettatori.

Al Janoub Stadium - Zaha Hadid
Vista notturna dello stadio – Immagine by SC

Il design dello stadio trae ispirazione dalle tradizionali barche a vela dhow tipiche delle coste della penisola arabica. In particolare, la geometria della copertura ricorda una di queste imbarcazioni rovesciate, così come la sua struttura di sostegno, che trae spunto dalle strutture interne degli scafi. Anche dalle facciate è possibile notare la stessa ispirazione, infatti, con la loro particolare inclinazione e rastremazione in alzato, ricordano le vele delle dhow.

Per il rivestimento degli esterni sono stati scelti deliberatamente una gamma limitata di materiali e di colori. Questi ultimi si sposano perfettamente con le forme geometriche della pelle esterna, e ne rafforzano l’articolazione. Il tetto e il sistema strutturale sono di colore bianco o bianco sporco, con una finitura superficiale lucida che ricorda le conchiglie marine, e riesce a sottolinearne le pieghe, che aggiungono consistenza all’involucro dell’intera costruzione. Le gronde in rilievo e i telai stilizzati delle facciate vetrate, sono invece di color bronzo metallizzato, aggiungendo un senso di ricchezza e profondità all’intero disegno. Inoltre, la scelta di una finitura metallica bronzata per queste superfici lavorate, rende omaggio alle tradizioni e all’arte dell’artigianato islamico.

DiDario Di Bella

Il premio EU Mies Award 2019 va in Francia

Lo scorso 7 maggio al Padiglione di Barcellona è stato assegnato il premio EU Mies Award 2019, assegnato su base biennale dalla Commissione Europea congiuntamente alla Fundació Mies van der Rohe. Per questo prestigioso riconoscimento per l’architettura contemporanea, quest’anno concorrevano 383 progetti da 38 differenti Paesi europei. Il progetto vincitore, rientrante nella categoria dell’edilizia collettiva, è “Transformation of 530 dwellings – Grand Parc Bordeaux degli studi Lacaton & Vassal architectes, Frédéric Druot Architecture e Christophe Hutin Architecture, e consiste nella trasformazione di 3 costruzioni in linea risalenti ai primi anni ’60, che si sviluppano su 16 piani, per un totale di 530 appartamenti.

L’intervento ha reso possibile un radicale miglioramento delle condizioni di abitabilità degli appartamenti esistenti. Di fatto è stata aggiunta superficie agli edifici esistenti senza obbligare al contempo gli inquilini a sgomberare gli appartamenti. Gli architetti, similmente a come avevano già operato per l’edificio “Bois Le Prêtre” a Parigi, hanno progettato una struttura prefabbricata di solai e pilastri da apporre sull’involucro esterno dell’edificio, estendendo i singoli piani, e creando così non solo nuovi spazi, ma soprattutto nuove facciate che, a differenza delle precedenti, che presentavano solo piccole aperture, sono dotate adesso di ampie vetrate scorrevoli che si affacciano su dei balconi. Si tratta dunque di un intervento all’apparenza poco invasivo nella sua realizzazione, ma che di fatto modifica radicalmente sia la facciata che gli interni, preservando le funzioni già esistenti negli edifici originali, e aggiungendo quelle qualità che invece mancavano.

Il video-documentario che racconta il progetto

Le estensioni, della larghezza di 3.80m, naturalmente, oltre a rendere più profondi gli spazi interni, rendono possibile una loro fruizione totalmente nuova grazie a delle larghe porte-finestra scorrevoli che connettono gli spazi esistenti con la nuova superficie. Quest’ultima, adibita a giardino di inverno, rende più luminosi e ariosi gli interni, e offre agli inquilini uno spazio privato trattabile come se fosse esterno ed interno allo stesso tempo.

schema dell’intervento – credit Lacaton & Vassal

I vantaggi di questo approccio progettuale non sono solo in termini di budget, che è stato notevolmente inferiore alle spese di demolizione e ricostruzione degli edifici, ma anche in termini di performance energetica degli stessi, che viene notevolmente migliorata dall’aggiunzione delle nuove facciate e dei giardini di inverno, che accumulano passivamente energia solare.

vista assonometrica di un piano-tipo – credit Lacaton & Vassal

Inoltre, una programmazione attenta delle fasi di realizzazione in cantiere ha reso possibile tempi record per terminare i lavori. Sono bastati infatti solo tra i 12  i 16 giorni per ogni singolo appartamento: mezza giornata per posizionare i solai prefabbricati, 2 giorni per connetterli con la vecchia facciata, altri 2 per realizzare quella nuova, e infine dagli 8 ai 12 giorni per rinnovare gli interni.

La giuria ha quindi voluto mettere l’accento sull’importanza del rinnovamento a basso costo del patrimonio immobiliare europeo, specie in un ambito così delicato come quello dell’edilizia popolare, che domina le periferie delle nostre città, e che ormai, dopo oltre 50 anni di degrado, diventa causa di disagi sociali. Questo progetto dimostra infatti come è possibile restituire dignità agli edifici degradati, dando un volto nuovo all’architettura.

DiDario Di Bella

Jeanne Gang è l’architetto più influente del 2019 secondo Time Magazine

Jeanne Gang

Ogni anno il Time Magazine stila la lista delle 100 persone più influenti del mondo. Nel 2019, fra esse, figura un solo architetto: l’americana Jeanne Gang. Prima che questo accadesse, Gang e il suo studio erano forse noti per lo più per l’iconico grattacielo Aqua Tower di Chicago, che attualmente è il più alto mai realizzato da una donna. Tralasciando però questo voler mettere l’accento sui record, e focalizzandosi invece sui motivi più profondi per i quali si trovi inserita in tale lista, è importante un punto in particolare nell’articolo sul Time che l’attrice Anna D. Smith scrive come motivazione per la nomina: “…per Jeanne l’architettura non è solamente un oggetto meraviglioso. È un catalizzatore per il cambiamento.”. Per comprendere cosa intende nello specifico, si può guardare l’intervento dell’architetto al TEDWomen 2016, dove illustra il suo modo di approcciarsi all’architettura, e alcune sue opere, come l’Arcus Center for Social Justice Leadership nel campus del Michigan’s Kalamazoo College, o la Polis Station (giocando sull’assonanza tra i termini inglese “police” e greco “polis”) a Chicago. Questi progetti nascono con l’intento di creare nuove relazioni tra le persone che li vivranno, ma non solo, anche con quello di creare una nuova percezione degli spazi pubblici. Gang e il suo studio si pongono quindi come quesito se possa esistere o meno un design architettonico inclusivo che possa migliorare e ricostruire la fiducia, non solo fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche fra le persone stesse e i luoghi. Per questo scopo si propongono di progettare edifici che abbiano il potenziale per essere dei veri e propri connettori sociali.

L’Arcus Center è un centro di giustizia sociale. Uno spazio aperto a tutti, dove poter far riunire persone di diverse culture e provenienza. Progettato su un unico livello e con tre assi visivi ben definiti per accogliere il contesto al suo interno, ha come punti nevralgici una cucina e una seduta attorno a un caminetto, ritenuti spazi ideali per rompere il ghiaccio e favorire le conversazioni informali. Per le pareti perimetrali è stato adottato un sistema un sistema costruttivo low tech, ma allo stesso tempo altamente performante, riportando ai nostri giorni una tecnica costruttiva locale che sembrava ormai dimenticata. Questa prevede l’utilizzo di tronchi di legno al posto dei classici blocchi in laterizio, e ha visto coinvolti gli stessi abitanti del quartiere nelle sue fasi di realizzazione, aumentandone il loro senso di partecipazione al progetto e di appartenenza.

La Polis Station, invece, nasce dal problema creato dalla standardizzazione del design delle stazioni di polizia nei vari quartieri di Chicago, che, se da un lato aveva il pregio di un trattamento egualitario per ogni parte della città, dall’altro, aveva il problema legato al design stesso dell’edificio, che veniva visto dai cittadini come “una fortezza circondata da un parcheggio”, un luogo quindi dall’aspetto intimidatorio e da evitare. Per risolvere ciò, Gang ha iniziato, come con il progetto per l’Arcus Center, ad avere degli incontri con i cittadini, proponendo le sue idee progettuali e ascoltando le esigenze e le problematiche che esistevano o che sarebbero potute sorgere. Da questi incontri è nato il progetto della polis. A partire da un piccolo centro sportivo realizzato al posto del parcheggio, seguito poi da un bar, da un salone da barbiere e da altre piccole attività utili anche a favorire il dialogo fra le persone, quello stesso luogo ha iniziato a divenire sempre più frequentato e visto in maniera diversa dalla popolazione. Percepito ora come un luogo sicuro e che gli apparteneva. In breve tempo si è raggiunto l’intento di generare attorno alla stazione di polizia, una rete di aree verdi, di attività ricreative, educazionali, e imprenditoriali, al fine di creare un senso di comunità, e rafforzare il rapporto non solo tra i cittadini del quartiere, ma anche tra i cittadini e le forze dell’ordine e tra i cittadini e l’ambiente stesso.

Jeanne Gang nel suo discorso al TED Talks arriva alla conclusione che “reinterpretare gli edifici per il futuro richiede il coinvolgimento delle persone che ci vivono. Coinvolgere la gente può essere intimidatorio, l’ho provato anch’io. Ma forse è perché alla facoltà di architettura non ci insegnano come coinvolgere le persone nell’atto del progettare. Ci insegnano a difendere le nostre idee dalle critiche. Ma penso che anche questo possa cambiare.” Queste sue parole, insieme ai suoi progetti, lasciano ben intendere quale sia il suo approccio all’architettura, e che è possibile creare più che semplici edifici. È possibile realizzare architetture che creano nuove comunità e relazioni.

DiDario Di Bella

La Luce come materiale dell’architettura

Di recente è uscito in alcune sale selezionate il video-documentario “Renzo Piano – L’architetto della luce”, in cui il regista Carlos Saura intervista, o per meglio dire, dialoga e trova dei punti di incontro tra il suo lavoro e quello dell’architetto, trovando diverse analogie soprattutto nel dover lavorare con la luce. L’occasione è il racconto delle fasi progettuali del Centro Botìn a Santander. Piano definisce la luce “il materiale più importante del costruire”, e illustra gli accorgimenti che lo portano dapprima a pensare ad un edificio che potesse essere il più trasparente possibile, fino a portarlo all’idea di sollevarlo da terra, dando l’inclinazione necessaria al basamento sollevato di far permeare quanta più luce possibile al di sotto di esso, e in seguito, alla scelta di rivestire tutte le superfici opache con delle formelle ceramiche convesse, studiate per consentire alla luce di riflettersi su di esse e creare così un dialogo magnifico con il mare da una parte, e il giardino dall’altra.

La luce mette in tensione lo spazio costruito

Architectura sine luce nulla Architectura est, non si può avere Architettura senza luce. Alberto Campo Baeza dedica un intero capitolo nel suo libro “Principia architectonica” alla luce, evidenziando che, forse perché gratuita, la luce a volte non viene valorizzata in maniera adeguata dai progettisti. Ci sono delle differenze evidenti nel rapporto tra la luce e i volumi a seconda se la superficie attraversata da quest’ultima è trasparente o traslucida, ma in ogni caso, la luce che permea in modo zenitale dalle coperture, o che permea lateralmente attraverso le superfici verticali, mette in tensione lo spazio costruito. Esempi di luce che attraversa superfici vetrate traslucide sono le cattedrali gotiche, all’interno delle quali venivano usati vetri che non erano perfettamente trasparenti, e che spesso venivano colorati, dando l’idea di una luce soffusa e filtrata, facendole forse perdere enfasi. Esempi di luce proiettata dall’alto sono invece le opere barocche di Bernini, inondate in maniera controllata di “luce divina”. Facendo un ulteriore salto in avanti nel tempo occorre citare Le Corbusier, che definiva l’architettura come “il sapiente, preciso e magnifico gioco dei volumi portati insieme alla luce”, e come lui anche gli altri Maestri dell’architettura come L. Kahn, L. Mies Van der Rohe, Alvar Aalto e F. L. Wright, hanno saputo fare un uso sapiente e controllato della luce nelle loro opere.

Le Corbusier – Notre Dame du Haut – Foto di Jean-Pierre Dalbéra – Licenza CC2

Il materiale più pregiato in architettura

taken by Bergmann – Ibaraki Kasugaoka Church Light Cross – Licenza CC2

Uno degli esempi più esplicativi sul rapporto tra la luce e l’architettura è la Chiesa della Luce di Tadao Ando. Quest’opera evidenzia come, pur utilizzando pochi materiali, quali il cemento delle pareti e il legno grezzo della pavimentazione e degli arredi, in un piccolo spazio, sia possibile grazie alla luce, donare allo spazio una dimensione percepita assolutamente differente da ciò che il semplice volume rettangolare suggerisca dall’esterno. All’interno infatti la luce è la vera protagonista. Il materiale più pregiato penetra da un taglio orizzontale e da uno verticale, a formare una croce sulla parete di fondo. Lo spazio è caratterizzato dal contrasto tra luce e oscurità, il cui rapporto varia continuamente durante le fasi della giornata. Ando studia la soluzione in base alle varie angolazioni con le quali la luce penetra negli spazi, definendo quindi la relazione tra la luce e il volume interno rispetto all’esterno. In questo senso, non è un caso che la croce non sia prettamente latina, ma si può notare che presenta il tratto orizzontale più in basso, ravvicinato al punto centrale dell’asse verticale. Un semplice volume di poco più di un centinaio di metri quadrati assume, grazie all’effetto che la luce produce al suo interno, una dimensione intima e un’enfasi tale da far sentire a proprio agio qualsiasi individuo che si trovi al suo interno.

La luce artificiale

Importante è anche il ruolo della luce artificiale. Ormai è normale vedere non solo le strade illuminate e le luci proiettate sugli edifici, ma soprattutto è divenuto normale vedere gli edifici monumentali e i grattacieli illuminati a giorno, a definire il paesaggio notturno delle nostre città. Giò Ponti scrive in uno dei passaggi di “Amate l’architettura – L’architettura è un cristallo” a proposito dell’illuminazione artificiale che “…la luce simula forme, annulla certe percezioni di dimensioni e distanze perché non ha profondità, spacca in due certe unità creando aspetti illusivi, annulla e trasforma pesi, sostanza, volumi, modifica proporzioni…”, mettendo quindi in risalto come sia possibile produrre effetti visivi e percettivi mai immaginati prima negli scenari architettonici notturni, poiché, come egli stesso dice, “…la luce che un tempo era solo una fiamma e doveva essere isolata, a sé, per non bruciare, ora corre dove noi vogliamo”.

Vista notturna del Burj Khalifa – Dubai – Licenza CC0

Una delle “profezie” di Ponti, contenute in questo libro, era riferita all’importanza di padroneggiare la luce per creare ambienti notturni totalmente nuovi. Egli operò solamente nelle fasi primordiali di ciò che l’illuminotecnica è stata poi in grado di fare fino ai giorni nostri, ma già profetizzava che “…domani noi artisti ci impadroniremo di questa materia, creeremo cose bellissime.”