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DiDario Di Bella

Jeanne Gang è l’architetto più influente del 2019 secondo Time Magazine

Jeanne Gang

Ogni anno il Time Magazine stila la lista delle 100 persone più influenti del mondo. Nel 2019, fra esse, figura un solo architetto: l’americana Jeanne Gang. Prima che questo accadesse, Gang e il suo studio erano forse noti per lo più per l’iconico grattacielo Aqua Tower di Chicago, che attualmente è il più alto mai realizzato da una donna. Tralasciando però questo voler mettere l’accento sui record, e focalizzandosi invece sui motivi più profondi per i quali si trovi inserita in tale lista, è importante un punto in particolare nell’articolo sul Time che l’attrice Anna D. Smith scrive come motivazione per la nomina: “…per Jeanne l’architettura non è solamente un oggetto meraviglioso. È un catalizzatore per il cambiamento.”. Per comprendere cosa intende nello specifico, si può guardare l’intervento dell’architetto al TEDWomen 2016, dove illustra il suo modo di approcciarsi all’architettura, e alcune sue opere, come l’Arcus Center for Social Justice Leadership nel campus del Michigan’s Kalamazoo College, o la Polis Station (giocando sull’assonanza tra i termini inglese “police” e greco “polis”) a Chicago. Questi progetti nascono con l’intento di creare nuove relazioni tra le persone che li vivranno, ma non solo, anche con quello di creare una nuova percezione degli spazi pubblici. Gang e il suo studio si pongono quindi come quesito se possa esistere o meno un design architettonico inclusivo che possa migliorare e ricostruire la fiducia, non solo fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche fra le persone stesse e i luoghi. Per questo scopo si propongono di progettare edifici che abbiano il potenziale per essere dei veri e propri connettori sociali.

L’Arcus Center è un centro di giustizia sociale. Uno spazio aperto a tutti, dove poter far riunire persone di diverse culture e provenienza. Progettato su un unico livello e con tre assi visivi ben definiti per accogliere il contesto al suo interno, ha come punti nevralgici una cucina e una seduta attorno a un caminetto, ritenuti spazi ideali per rompere il ghiaccio e favorire le conversazioni informali. Per le pareti perimetrali è stato adottato un sistema un sistema costruttivo low tech, ma allo stesso tempo altamente performante, riportando ai nostri giorni una tecnica costruttiva locale che sembrava ormai dimenticata. Questa prevede l’utilizzo di tronchi di legno al posto dei classici blocchi in laterizio, e ha visto coinvolti gli stessi abitanti del quartiere nelle sue fasi di realizzazione, aumentandone il loro senso di partecipazione al progetto e di appartenenza.

La Polis Station, invece, nasce dal problema creato dalla standardizzazione del design delle stazioni di polizia nei vari quartieri di Chicago, che, se da un lato aveva il pregio di un trattamento egualitario per ogni parte della città, dall’altro, aveva il problema legato al design stesso dell’edificio, che veniva visto dai cittadini come “una fortezza circondata da un parcheggio”, un luogo quindi dall’aspetto intimidatorio e da evitare. Per risolvere ciò, Gang ha iniziato, come con il progetto per l’Arcus Center, ad avere degli incontri con i cittadini, proponendo le sue idee progettuali e ascoltando le esigenze e le problematiche che esistevano o che sarebbero potute sorgere. Da questi incontri è nato il progetto della polis. A partire da un piccolo centro sportivo realizzato al posto del parcheggio, seguito poi da un bar, da un salone da barbiere e da altre piccole attività utili anche a favorire il dialogo fra le persone, quello stesso luogo ha iniziato a divenire sempre più frequentato e visto in maniera diversa dalla popolazione. Percepito ora come un luogo sicuro e che gli apparteneva. In breve tempo si è raggiunto l’intento di generare attorno alla stazione di polizia, una rete di aree verdi, di attività ricreative, educazionali, e imprenditoriali, al fine di creare un senso di comunità, e rafforzare il rapporto non solo tra i cittadini del quartiere, ma anche tra i cittadini e le forze dell’ordine e tra i cittadini e l’ambiente stesso.

Jeanne Gang nel suo discorso al TED Talks arriva alla conclusione che “reinterpretare gli edifici per il futuro richiede il coinvolgimento delle persone che ci vivono. Coinvolgere la gente può essere intimidatorio, l’ho provato anch’io. Ma forse è perché alla facoltà di architettura non ci insegnano come coinvolgere le persone nell’atto del progettare. Ci insegnano a difendere le nostre idee dalle critiche. Ma penso che anche questo possa cambiare.” Queste sue parole, insieme ai suoi progetti, lasciano ben intendere quale sia il suo approccio all’architettura, e che è possibile creare più che semplici edifici. È possibile realizzare architetture che creano nuove comunità e relazioni.