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DiDario Di Bella

La Luce come materiale dell’architettura

Di recente è uscito in alcune sale selezionate il video-documentario “Renzo Piano – L’architetto della luce”, in cui il regista Carlos Saura intervista, o per meglio dire, dialoga e trova dei punti di incontro tra il suo lavoro e quello dell’architetto, trovando diverse analogie soprattutto nel dover lavorare con la luce. L’occasione è il racconto delle fasi progettuali del Centro Botìn a Santander. Piano definisce la luce “il materiale più importante del costruire”, e illustra gli accorgimenti che lo portano dapprima a pensare ad un edificio che potesse essere il più trasparente possibile, fino a portarlo all’idea di sollevarlo da terra, dando l’inclinazione necessaria al basamento sollevato di far permeare quanta più luce possibile al di sotto di esso, e in seguito, alla scelta di rivestire tutte le superfici opache con delle formelle ceramiche convesse, studiate per consentire alla luce di riflettersi su di esse e creare così un dialogo magnifico con il mare da una parte, e il giardino dall’altra.

La luce mette in tensione lo spazio costruito

Architectura sine luce nulla Architectura est, non si può avere Architettura senza luce. Alberto Campo Baeza dedica un intero capitolo nel suo libro “Principia architectonica” alla luce, evidenziando che, forse perché gratuita, la luce a volte non viene valorizzata in maniera adeguata dai progettisti. Ci sono delle differenze evidenti nel rapporto tra la luce e i volumi a seconda se la superficie attraversata da quest’ultima è trasparente o traslucida, ma in ogni caso, la luce che permea in modo zenitale dalle coperture, o che permea lateralmente attraverso le superfici verticali, mette in tensione lo spazio costruito. Esempi di luce che attraversa superfici vetrate traslucide sono le cattedrali gotiche, all’interno delle quali venivano usati vetri che non erano perfettamente trasparenti, e che spesso venivano colorati, dando l’idea di una luce soffusa e filtrata, facendole forse perdere enfasi. Esempi di luce proiettata dall’alto sono invece le opere barocche di Bernini, inondate in maniera controllata di “luce divina”. Facendo un ulteriore salto in avanti nel tempo occorre citare Le Corbusier, che definiva l’architettura come “il sapiente, preciso e magnifico gioco dei volumi portati insieme alla luce”, e come lui anche gli altri Maestri dell’architettura come L. Kahn, L. Mies Van der Rohe, Alvar Aalto e F. L. Wright, hanno saputo fare un uso sapiente e controllato della luce nelle loro opere.

Le Corbusier – Notre Dame du Haut – Foto di Jean-Pierre Dalbéra – Licenza CC2

Il materiale più pregiato in architettura

taken by Bergmann – Ibaraki Kasugaoka Church Light Cross – Licenza CC2

Uno degli esempi più esplicativi sul rapporto tra la luce e l’architettura è la Chiesa della Luce di Tadao Ando. Quest’opera evidenzia come, pur utilizzando pochi materiali, quali il cemento delle pareti e il legno grezzo della pavimentazione e degli arredi, in un piccolo spazio, sia possibile grazie alla luce, donare allo spazio una dimensione percepita assolutamente differente da ciò che il semplice volume rettangolare suggerisca dall’esterno. All’interno infatti la luce è la vera protagonista. Il materiale più pregiato penetra da un taglio orizzontale e da uno verticale, a formare una croce sulla parete di fondo. Lo spazio è caratterizzato dal contrasto tra luce e oscurità, il cui rapporto varia continuamente durante le fasi della giornata. Ando studia la soluzione in base alle varie angolazioni con le quali la luce penetra negli spazi, definendo quindi la relazione tra la luce e il volume interno rispetto all’esterno. In questo senso, non è un caso che la croce non sia prettamente latina, ma si può notare che presenta il tratto orizzontale più in basso, ravvicinato al punto centrale dell’asse verticale. Un semplice volume di poco più di un centinaio di metri quadrati assume, grazie all’effetto che la luce produce al suo interno, una dimensione intima e un’enfasi tale da far sentire a proprio agio qualsiasi individuo che si trovi al suo interno.

La luce artificiale

Importante è anche il ruolo della luce artificiale. Ormai è normale vedere non solo le strade illuminate e le luci proiettate sugli edifici, ma soprattutto è divenuto normale vedere gli edifici monumentali e i grattacieli illuminati a giorno, a definire il paesaggio notturno delle nostre città. Giò Ponti scrive in uno dei passaggi di “Amate l’architettura – L’architettura è un cristallo” a proposito dell’illuminazione artificiale che “…la luce simula forme, annulla certe percezioni di dimensioni e distanze perché non ha profondità, spacca in due certe unità creando aspetti illusivi, annulla e trasforma pesi, sostanza, volumi, modifica proporzioni…”, mettendo quindi in risalto come sia possibile produrre effetti visivi e percettivi mai immaginati prima negli scenari architettonici notturni, poiché, come egli stesso dice, “…la luce che un tempo era solo una fiamma e doveva essere isolata, a sé, per non bruciare, ora corre dove noi vogliamo”.

Vista notturna del Burj Khalifa – Dubai – Licenza CC0

Una delle “profezie” di Ponti, contenute in questo libro, era riferita all’importanza di padroneggiare la luce per creare ambienti notturni totalmente nuovi. Egli operò solamente nelle fasi primordiali di ciò che l’illuminotecnica è stata poi in grado di fare fino ai giorni nostri, ma già profetizzava che “…domani noi artisti ci impadroniremo di questa materia, creeremo cose bellissime.”